Un focus storico sulla vita, l’agguato e l’eredità…
Il 6 agosto 1980, il Procuratore della Repubblica di Palermo Gaetano Costa (nato a Caltanissetta il 1° marzo 1916 e con un passato da partigiano) fu assassinato in un’esecuzione di stampo mafioso ordinata dai vertici di Cosa Nostra.
La sua uccisione rimane uno dei casi più drammatici ed emblematici di un magistrato lasciato solo dalle istituzioni nella lotta contro la criminalità organizzata. Costa fu preso di mira per la sua totale determinazione nel sequestrare i patrimoni della mafia e nel contrastare le nuove reti internazionali del traffico di droga.
Verso le 19:30 di quel tragico mercoledì, il dottor Costa si fermò a una bancarella di libri in via Cavour, a pochi passi da casa sua. Camminava da solo: per senso del dovere e per una precisa scelta morale, aveva deciso di rinunciare alla scorta per non mettere a rischio la vita di altri agenti.
Mentre sfogliava tranquillamente dei libri, i sicari lo sorpresero alle spalle, esplodendogli contro tre colpi d’arma da fuoco a bruciapelo (le indagini balistiche individuarono l’arma in un revolver Smith & Wesson calibro 38/357 Magnum, sebbene le prime cronache parlarono di una P38). L’attacco fu fulmineo. Costa crollò sul marciapiede antistante il cinema Excelsior e morì poco dopo il trasporto in ospedale a causa delle gravissime ferite riportate al collo e al torace. I killer fuggirono immediatamente a bordo di un’autovettura (una A112) ritrovata successivamente bruciata in un’area vicina.
L’assassinio di Gaetano Costa fu la diretta conseguenza delle sue innovative scelte investigative. Nei giorni precedenti la sua morte, il Procuratore aveva firmato personalmente le convalide d’arresto per 55 esponenti del potente clan Inzerillo-Spatola-Gambino, fermati nell’ambito di un massiccio rapporto giudiziario interforze avviato subito dopo l’omicidio del capitano dei Carabinieri Emanuele Basile.
Ciò che rese la posizione di Costa fatalmente vulnerabile fu la frattura interna alla stessa Procura di Palermo: altri magistrati dell’ufficio si erano infatti rifiutati di apporre la propria firma su quei provvedimenti restrittivi.
Firmando quei mandati da solo, Costa si assunse l’intera responsabilità dell’indagine e si espose in prima persona, diventando un bersaglio vulnerabile. Quell’isolamento istituzionale segnò la condanna a morte di Costa. La mafia interpretò la sua fermezza come una minaccia intollerabile alla propria autorità e decise di ucciderlo per dimostrare di essere intoccabile.
La rete criminale colpita da Costa stava gestendo una transizione epocale: il controllo del traffico di eroina sull’asse Sicilia-Stati Uniti. I flussi di denaro generati dal narcotraffico venivano riciclati sia attraverso canali illegali che strutture formalmente lecite, come le imprese edili palermitane e i canali bancari internazionali.
Le indagini lambivano anche le sponde economico-finanziarie legate al banchiere siciliano Michele Sindona, dimostrando per la prima volta come i confini tra l’ala militare di Cosa Nostra e l’alto potere economico fossero ormai del tutto sfumati.
Il clima di abbandono attorno alla figura di Gaetano Costa emerse chiaramente anche dopo la sua morte. Ai suoi funerali parteciparono pochissimi colleghi magistrati, riflettendo la medesima freddezza vissuta in vita all’interno dei corridoi del Palazzo di Giustizia.
Le indagini sul delitto e i successivi sviluppi processuali non portarono a condanne definitive per gli esecutori materiali. I processi celebrati davanti alla Corte d’Assise di Catania si conclusero con l’assoluzione degli imputati per insufficienza di prove. Tuttavia, i giudici misero nero su bianco una verità storica fondamentale:
“La sentenza ha accertato in modo inequivocabile la matrice mafiosa del delitto, individuando il movente profondo nella ‘zona grigia’ posta all’intersezione tra criminalità organizzata, alta finanza e complicità politiche.”
Nonostante la mancanza di colpevoli nelle aule di tribunale, la metodologia d’indagine introdotta da Costa non andò perduta. Il suo lavoro e le sue intuizioni bancarie vennero immediatamente raccolti da Rocco Chinnici (che gli succedette alla guida dell’Ufficio Istruzione) e dal giudice istruttore Giovanni Falcone.
Quest’ultimo, approfondendo proprio gli accertamenti bancari sui conti di Rosario Spatola e degli Inzerillo, istruì il celebre “Processo Spatola” (Spatola più 54), che rappresentò il primo organico successo giudiziario capace di svelare la struttura transnazionale ed economico-finanziaria di Cosa Nostra, ponendo le basi per il futuro Pool Antimafia e per il Maxiprocesso.
Oggi la memoria di Gaetano Costa vive come monito civile: la lotta alla criminalità organizzata non può basarsi esclusivamente sul coraggio dei singoli eroi, ma necessita della compattezza e della solidarietà dell’intero corpo sociale e istituzionale.
La sua morte non è stata la fine della lotta.
Rosario Livatino →