La firma solitaria sui mandati di cattura
Gaetano Costa nasce a Caltanissetta in un contesto in cui la disciplina, lo studio e la coscienza politica ne modellano precocemente gli anni della giovinezza. Da ragazzo si iscrive al Partito Comunista Italiano quando è ancora clandestino, muovendosi tra figure che sarebbero poi diventate voci di primo piano della cultura e della politica italiana. Durante la Seconda Guerra Mondiale presta servizio come ufficiale della Regia Aeronautica e, all’indomani dell’8 settembre 1943, si unisce alla Resistenza entrando nelle brigate partigiane. Quelle esperienze lasciano in lui un’impronta profonda, cementando quel senso del dovere, del coraggio e della responsabilità morale che avrebbe definito tutta la sua esistenza.
Dopo aver vinto il concorso in magistratura, costruisce una lunga e brillante carriera a Caltanissetta, dove lavora per decenni, prima come sostituto e poi come Procuratore della Repubblica. È noto a tutti per il rigore professionale, l’assoluta indipendenza e l’equilibrio, ma anche per un carattere schivo, silenzioso e riservato. Dietro quell’apparente distacco, tuttavia, si nasconde una profonda umanità, rivolta soprattutto verso i più vulnerabili.
Già negli anni ’60, Costa intuisce ciò che molti si rifiutano ostinatamente di vedere: la mafia è cambiata. Non è più solo un’organizzazione criminale di tipo rurale o militare, ma un sistema capillarmente infiltrato nella pubblica amministrazione, capace di condizionare appalti, assunzioni e la gestione stessa del potere pubblico. All’epoca i suoi allarmi rimangono inascoltati. Costa insiste sulla necessità di nuovi strumenti giuridici, in particolare sulla possibilità di investigare e colpire i patrimoni accumulati dai mafiosi. Un’intuizione investigativa straordinaria, che anticipa di oltre un decennio la legge Rognoni-La Torre.
Nel luglio del 1978 viene nominato Procuratore Capo di Palermo. Il suo arrivo, però, non viene accolto favorevolmente da tutti. All’interno dello stesso ambiente giudiziario viene etichettato da alcuni colleghi come un “procuratore politico” e la sua nomina viene rallentata da forti resistenze. Sin dal primo giorno, Costa è consapevole di muoversi in un ambiente ostile, non solo all’esterno ma anche all’interno delle stesse istituzioni.
Nonostante il clima pesante, avvia indagini delicatissime volte a scardinare le reti finanziarie di Cosa Nostra, che in quegli anni sta accumulando fiumi di denaro con il traffico internazionale di eroina. Affida segretamente alla Guardia di Finanza — guidata dal colonnello Francesco Nastasi — accertamenti approfonditi sugli interessi economici e imprenditoriali legati al costruttore Rosario Spatola, perno di un gigantesco sistema di riciclaggio di capitali mafiosi tra la Sicilia e gli Stati Uniti (il clan Gambino-Inzerillo-Spatola).
Per evitare fughe di notizie, che all’interno del Palazzo di Giustizia di Palermo sono all’ordine del giorno, Gaetano Costa e Rocco Chinnici (allora capo dell’Ufficio Istruzione) adottano una contromisura disperata: si incontrano all’interno dell’ascensore del tribunale, bloccandolo a metà tra un piano e l’altro, pur di parlarsi senza il rischio di essere intercettati. È l’istantanea del clima di quegli anni: una battaglia condotta non solo contro i clan, ma contro il silenzio, le complicità e le resistenze istituzionali. Le pressioni attorno a lui si fanno insostenibili; gli investigatori più fidati che collaborano alle sue inchieste subiscono minacce o vengono improvvisamente trasferiti. Eppure, Costa non arretra di un millimetro.
Sa di essere solo — ma sa anche che fare un passo indietro avrebbe significato consegnare lo Stato stesso nelle mani di Cosa Nostra.
Nel maggio del 1980 l’indagine finanziaria arriva a una svolta. Sul tavolo del Procuratore arrivano i decreti di convalida per l’arresto di 55 esponenti del clan Inzerillo-Spatola. È un atto dirompente. Costa chiede ai suoi sostituti procuratori di firmare collegialmente i provvedimenti, ma incontra un muro di dinieghi e defezioni: quasi tutti i magistrati del suo ufficio si rifiutano di apporre la propria firma, per paura o per calcolo.
Di fronte a quel vuoto, la sera dell’8 maggio 1980, Costa prende la penna e firma i mandati di cattura da solo, assumendosi l’intera e personale responsabilità dell’atto. Quel gesto, pur salvando la dignità dello Stato, decreta la sua totale condanna all’isolamento. Da quel momento, Gaetano Costa diventa un bersaglio scoperto, esposto al piombo mafioso e delegittimato dai suoi stessi colleghi.
Il 6 agosto 1980, nel tardo pomeriggio, il Procuratore cammina da solo, senza scorta (che non aveva mai voluto per non mettere a rischio la vita di altri padri di famiglia), in via Cavour a Palermo. Si ferma davanti a una bancarella di libri per sfogliarne qualcuno. Un momento ordinario, quotidiano. In quel momento, alle sue spalle, si avvicinano due killer in moto che lo colpiscono mortalmente alla schiena. Muore sul marciapiede, da solo.
Nonostante la gravità inaudita dell’evento — l’assassinio del Procuratore Capo di Palermo — ai suoi funerali la partecipazione è dolorosamente scarsa. Pochissimi i cittadini, ancora meno i magistrati presenti. Un silenzio istituzionale che parla più di qualsiasi parola.
Per anni la giustizia non è riuscita a dare un nome ai responsabili materiali del delitto. Le inchieste giudiziarie della Procura di Catania si sono scontrate con nebbie fitte e depistaggi, concludendosi senza condanne definitive per gli esecutori. Tuttavia, le rivelazioni successive dei collaboratori di giustizia, tra cui Tommaso Buscetta, e le sentenze storiche hanno accertato che l’omicidio di Costa fu deliberato direttamente dal vertice di Cosa Nostra (la Commissione) guidato dai Corleonesi di Totò Riina, proprio per bloccare quel nuovo e pericoloso metodo di indagine bancaria e patrimoniale.
Molti, negli anni successivi, hanno cercato di stendere un velo di oblio sulla sua figura. Ma il suo lavoro non è andato perduto. La sua eredità metodologica è stata raccolta e portata avanti da magistrati come Rocco Chinnici e Giovanni Falcone, i quali compresero l’enorme valore delle intuizioni di Costa. Quella stessa inchiesta sul clan Spatola, che Costa pagò con la vita, divenne la pietra angolare su cui Falcone costruì i primi grandi successi contro il traffico internazionale di stupefacenti (l’inchiesta Spatola+54), dimostrando la validità del teorema del magistrato nisseno: per sconfiggere la mafia, bisogna seguire il denaro.
Gaetano Costa non è stato un uomo di proclami, di palcoscenici o di riconoscimenti pubblici. È stato un magistrato della Repubblica che ha scelto di compiere il proprio dovere fino in fondo, anche quando farlo significava rimanere drammaticamente, e assolutamente, solo.