Dalle trincee della seconda guerra di mafia alle rivelazioni del Maxiprocesso
Nelle cronache della lotta alla mafia, il nome di Salvatore Contorno, per tutti “Totuccio”, evoca la fine del mito dell’invincibilità di Cosa Nostra. Uomo d’azione, trafficante di primo piano e killer tra i più vicini all’aristocrazia criminale palermitana, Contorno ha vissuto la transizione più violenta della criminalità siciliana. La sua decisione di collaborare con lo Stato, maturata nel sangue della seconda guerra di mafia, ha fornito ai magistrati le prove decisive per istruire il Maxiprocesso di Palermo.
Salvatore Contorno nasce a Palermo nel 1946 e si muove fin da giovanissimo nei circuiti della microcriminalità locale, passando dai piccoli furti al contrabbando di sigarette estere, il vero motore economico dei quartieri popolari negli anni Sessanta.
Il salto di qualità avviene nel 1975, l’anno della sua affiliazione ufficiale (la cosiddetta punciuta). Contorno entra a far parte della potente famiglia di Santa Maria di Gesù, all’epoca guidata dal boss Stefano Bontate. Questo passaggio lo proietta direttamente nel cuore strategico della vecchia mafia.
All’interno del clan, Contorno dimostra subito una notevole capacità operativa, muovendosi su due fronti:
Il business della morfina: Insieme ai cugini, i fratelli Grado, costruisce un canale di approvvigionamento di morfina base dalla Turchia. La materia prima veniva raffinata nei laboratori clandestini siciliani per alimentare il mercato degli Stati Uniti, ponendo le basi per la successiva inchiesta internazionale “Pizza Connection”.
Uomo di fiducia del boss: Oltre alla gestione dei traffici, si afferma come braccio armato del clan. La sua totale fedeltà a Stefano Bontate lo trasforma in un soldato d’élite, pronto a intervenire nei regolamenti di conti interni.
La mappa del potere mafioso salta definitivamente all’inizio degli anni Ottanta. La fazione dei Corleonesi, guidata da Totò Riina, scatena un’offensiva senza precedenti per azzerare i vertici palermitani e prendere il controllo assoluto della Cupola.
L’assassinio di Stefano Bontate, nel aprile del 1981, apre la stagione della mattanza. Contorno capisce subito di essere un bersaglio primario. Sfugge a una prima trappola non presentandosi a un appuntamento chiarificatore tra esponenti di spicco e, da quel momento, si trasforma in un latitante braccato.
Il 25 giugno 1981, un gruppo di fuoco corleonese lo intercetta a Palermo. I killer aprono il fuoco contro la sua vettura utilizzando fucili d’assalto Kalashnikov. Contorno reagisce con una lucidità estrema: risponde al fuoco con la pistola, sperona l’auto degli assassini e riesce a dileguarsi, ferito ma vivo.
Costretto ad abbandonare la Sicilia, ripara prima nel Lazio e poi a Roma nel tentativo di riorganizzare i sopravvissuti della sua fazione. La risposta di Riina è di una violenza geometrica: non riuscendo a catturarlo, i Corleonesi avviano una metodica vendetta trasversale, uccidendo decine di suoi familiari, amici e alleati storici nel tentativo di fare terra bruciata intorno a lui.
Nel 1982, la corsa di Totuccio Contorno si ferma in una villa a Bracciano, dove viene arrestato dagli uomini della Squadra Mobile e della Criminalpol. In quel momento, la cella rappresenta l’unico posto sicuro in Italia per evitare i sicari dei Corleonesi.
La svolta investigativa matura nel 1984. Davanti alla certezza che i Corleonesi avrebbero tentato di eliminarlo anche in carcere, e incoraggiato dalla scelta storica già compiuta da Tommaso Buscetta, Contorno decide di rompere il muro dell’omertà e chiede di parlare con i magistrati.
Se Buscetta ha fornito ai giudici la chiave di lettura filosofica, strutturale e gerarchica di Cosa Nostra, Contorno è stato il testimone dei fatti. I suoi verbali offrono riscontri precisi, mappe dei territori, nomi di affiliati insospettabili, nascondigli e dinamiche interne ai singoli mandamenti.
Nel 1986, le dichiarazioni di Contorno diventano il pilastro dell’impianto accusatorio del Maxiprocesso di Palermo. Il suo esame nell’Aula Bunker del carcere Ucciardone resta una delle pagine più drammatiche della storia giudiziaria italiana.
Laddove Buscetta manteneva un tono distaccato e un italiano formale, Contorno porta nell’aula un dialetto palermitano stretto, crudo e popolaresco. È lo stesso linguaggio dei boss detenuti nelle gabbie, ai quali si rivolge direttamente senza timore reverenziale. Nonostante i tentativi di intimidazione, le urla, gli insulti e le sceneggiate dei difensori degli imputati, il collaboratore regge il confronto, confermando le tappe dello sterminio ordito da Totò Riina.
Il verdetto del Maxiprocesso, con centinaia di condanne e decine di ergastoli, confermerà la validità delle sue dichiarazioni, scardinando l’impunità dei clan.
Il post-Maxiprocesso proietta Contorno in una dimensione di perenne instabilità, segnata dai benefici della protezione internazionale ma anche da vecchi vizi mai del tutto abbandonati.
Il ruolo negli Stati Uniti: Trasferito oltreoceano sotto la tutela delle autorità federali, la sua testimonianza si rivela fondamentale nel processo “Pizza Connection” a New York, svelando i collegamenti finanziari tra la Sicilia e le storiche famiglie mafiose americane.
Il rientro clandestino del 1989: In uno dei capitoli più oscuri della cronaca giudiziaria, Contorno torna segretamente in Sicilia, stabilendosi vicino a Bagheria. Il suo arrivo coincide con una serie di omicidi mirati contro esponenti corleonesi della zona, sollevando il sospetto (legato alla stagione del “Corvo di Palermo”) di una caccia all’uomo privata, forse avallata da apparati istituzionali deviati. L’avventura si conclude con un nuovo arresto.
Un bersaglio a vita: Nonostante il passare dei decenni e i cambi al vertice della criminalità organizzata, Cosa Nostra non ha mai revocato la condanna a morte nei suoi confronti, come dimostrano i ripetuti piani di agguato sventati nel corso degli anni Novanta.
La figura di Salvatore Contorno resta impressa nella storia d’Italia come un ritratto a forti chiaroscuri: un soldato cresciuto secondo le regole feroci della malavita che, per non soccombere, ha scelto di consegnare lo Stato le chiavi della cassaforte segreta di Cosa Nostra.