L’uomo che unì i magistrati per abbattere il muro dell’omertà.
La storia della lotta alla mafia cambia radicalmente il 4 agosto 1983. Pochi giorni prima, il 29 luglio, un’autobomba imbottita di tritolo ha dilaniato in via Pipitone Federico il giudice Rocco Chinnici, il consigliere istruttore che per primo aveva intuito la necessità di scambiare informazioni tra i magistrati. In quel clima di terrore e apparente resa dello Stato, un magistrato anziano decide di lasciare la quiete della Procura di Firenze per farsi trasferire in prima linea. Quell’uomo è Antonino Caponnetto.
Nato a Caltanissetta nel 1920 ma trasferitosi precocemente in Toscana, Caponnetto ha già alle spalle una lunghissima e specchiata carriera nella magistratura civile e penale. Quando decide di prendere il posto di Chinnici come capo dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, sa perfettamente di firmare una condanna a morte o, nella migliore delle ipotesi, di rinunciare per sempre alla propria libertà personale. Al suo arrivo nel capoluogo siciliano trova un ufficio frammentato, dove i singoli giudici istruttori lavorano in solitudine a cassetti stagni, ignorando le indagini dei colleghi della porta accanto. Una vulnerabilità letale, che Cosa Nostra ha sempre sfruttato per eliminare fisicamente i magistrati non appena accumulavano troppi segreti sacrificabili.
Caponnetto comprende immediatamente che per sopravvivere e colpire il cuore dell’organizzazione criminale serve una rivoluzione strutturale. Nel novembre del 1983, formalizza e istituzionalizza un’idea rivoluzionaria: il Pool Antimafia. Riunisce sotto la sua direzione i magistrati più brillanti e determinati del tribunale: Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta.
Il metodo impresso da Caponnetto si basa su tre pilastri blindati:
Condivisione totale delle informazioni: Nessun giudice è titolare esclusivo di un’indagine. Ogni faldone, ogni verbale di interrogatorio, ogni traccia bancaria viene analizzata collettivamente dal Pool durante riunioni riservatissime.
Visione unitaria di Cosa Nostra: La mafia non viene più aggredita come una galassia disordinata di bande rurali responsabili di reati isolati, ma come un’organizzazione criminale unitaria, verticistica e piramidale, governata da un unico organo decisionale: la Cupola.
Scudo istituzionale e protezione dei singoli: Se la mafia decide di colpire un membro del Pool, non ferma l’indagine, perché gli altri tre colleghi sono perfettamente in grado di portare il processo in aula il giorno successivo. Questo meccanismo toglie a Totò Riina l’incentivo strategico all’omicidio mirato.
Sotto la guida paterna e rigorosa di Caponnetto, il Pool lavora a ritmi disumani, blindato all’interno del “bunkerino”, un’ala protetta del Palazzo di Giustizia con porte blindate e telecamere a circuito chiuso, analizzando milioni di fari bancari e incrociando le rivelazioni storiche dei grandi collaboratori di giustizia, a partire da Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno.
Questo sforzo investigativo corazzato culmina il 10 novembre 1985 con la firma dell’ordinanza-sentenza di rinvio a giudizio per 475 imputati. È l’atto di nascita del Maxiprocesso di Palermo, il più grande procedimento penale contro la criminalità organizzata mai celebrato al mondo. Caponnetto è la mente organizzativa che coordina la redazione di quelle 8.000 pagine di accuse storiche, difendendo il lavoro dei suoi ragazzi dalle violente incursioni politiche e dai tentativi di delegittimazione che arrivano persino dall’interno della magistratura.
Nel 1987, convinto che la prima fase del lavoro sia conclusa con le storiche condanne di primo grado emesse dalla Corte presieduta da Alfonso Giordano, Caponnetto decide di lasciare la guida dell’Ufficio Istruzione per favorire la successione naturale di Giovanni Falcone. È qui che si consuma uno dei più drammatici tradimenti istituzionali della storia repubblicana: il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), applicando una rigida e miope logica di anzianità di servizio, boccia la candidatura di Falcone e nomina al suo posto il giudice Antonino Meli. Meli smantellerà pezzo dopo pezzo il metodo di lavoro del Pool, parcellizzando nuovamente le indagini sulla mafia e costringendo Falcone e Borsellino all’isolamento. Un errore storico che Caponnetto ricorderà sempre con immenso dolore e rabbia.
Dopo il ritiro ufficiale dalla magistratura, la vita di Caponnetto viene sconvolta nel 1992 dalle stragi di Capaci e di via D’Amelio. Pochi minuti dopo l’esplosione del 19 luglio, le telecamere dei telegiornali intercettano un Caponnetto distrutto dal dolore mentre esce dall’ospedale dove giace il corpo di Paolo Borsellino. In quel momento di totale sconforto, pronuncia una frase rimasta scolpita nella memoria collettiva: «Non c’è più speranza, tutto è finito».
Tuttavia, dopo pochi giorni, lo stesso Caponnetto corregge quelle parole, capendo che la rassegnazione sarebbe il più grande regalo fatto a Cosa Nostra. Nonostante l’età avanzata e i problemi di salute, inizia una instancabile maratona civile che durerà oltre dieci anni. Gira l’Italia in lungo e in largo, partecipando a migliaia di assemblee nelle scuole, nelle università e nelle piazze per incontrare i giovani. Racconta la storia di Falcone e Borsellino non come eroi mitologici irraggiungibili, ma come servitori dello Stato ordinari che hanno fatto fino in fondo il proprio dovere. Nel 1993 fonda la Fondazione Antonino Caponnetto, continuando a monitorare le evoluzioni dei clan e a promuovere la cultura della legalità democratica.
Antonino Caponnetto si è spento a Firenze il 23 luglio 2002 all’età di 82 anni. La sua eredità politica e giudiziaria rimane immensa: non è stato solo un grande magistrato, ma l’architetto che ha compreso che la mafia si sconfigge solo con l’organizzazione, lo spirito di squadra, la trasparenza e la responsabilità collettiva delle istituzioni e della società civile.
La lezione più grande di Antonino Caponnetto è racchiusa in una delle sue frasi più celebri rivolte alle nuove generazioni: «La mafia teme la scuola più della giustizia, l’istruzione toglie erba sotto i piedi della cultura mafiosa». Il Pool Antimafia ha vinto nelle aule di tribunale perché uomini come Caponnetto hanno saputo proteggere la dignità del lavoro collettivo.