Il Retroscena del Maxiprocesso: La Grande Paura e il Coraggio di Giudicare la Mafia

L’incredibile catena di rifiuti, i veleni e le esitazioni che precedettero l’inizio del processo più importante della storia italiana. Quando nessuno voleva essere il Presidente della Corte.

 

La strada che portò all’inizio del Maxiprocesso di Palermo non fu solo complessa, ma segnata da esitazioni, silenzi e tensioni sotterranee. Nell’autunno del 1985, mentre l’aula bunker dell’Ucciardone era ancora in costruzione, l’allora Presidente del Tribunale, Salvatore Caramanna, si scontrò con un problema drammatico: nessuno voleva presiedere la Corte d’Assise.

Scegliere il Presidente della Corte e nominare i giudici popolari non era una semplice formalità burocratica. Diventò, al contrario, il primo segnale di quanto quel processo facesse paura. Si cercava un magistrato capace di reggere un dibattimento “mostruoso” per dimensioni e complessità, ma quando iniziarono le consultazioni formali, accadde qualcosa di clamoroso. I magistrati penali più esperti di Palermo, uno dopo l’altro, declinarono l’invito.

 

Certificati medici e fughe strategiche

 

Ciò che seguì nei corridoi del Palazzo di Giustizia fu una vera e propria ritirata generalizzata. Molti dei magistrati interpellati presentarono certificati medici adducendo improvvisi problemi di salute. Altri fecero leva su imminenti trasferimenti ad altre sedi, avanzamenti di carriera o la necessità di non lasciare scoperti i propri uffici di provenienza.

Sulla carta, ognuna di queste giustificazioni era legittima. Ma lette tutte insieme, componevano un quadro desolante: il rifiuto di assumersi una responsabilità che portava con sé non solo un carico di lavoro disumano, ma soprattutto un enorme rischio personale. In circostanze normali, un ruolo di quel prestigio sarebbe stato l’ambizione di una vita per qualsiasi magistrato. Lì, invece, la sola prospettiva di legare il proprio nome al Maxiprocesso bastò a far fare a tutti un passo indietro. Sotto il silenzio d’ordinanza, la verità era evidente: quel processo era considerato una condanna a morte.

 

La scelta di Alfonso Giordano e il fango degli anonimi

 

Alla fine, la scelta cadde su Alfonso Giordano. Rispetto ai colleghi che lo avevano preceduto, la sua nomina fu una sorpresa: Giordano era un magistrato proveniente dal settore civile e un docente universitario, privo della lunga esperienza penale sul campo che quel processo teoricamente richiedeva. Eppure, a differenza degli altri, accettò senza esitazione.

La sua designazione fu trasmessa d’urgenza al Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), accompagnata da una nota d’accompagnamento che descriveva l’imbarazzante catena di rifiuti subita dal Tribunale. Proprio mentre il CSM discuteva la nomina in un clima di forte disagio, scattò la macchina del fango: un esposto anonimo accusò Giordano di aver partecipato a un convegno legato alla massoneria. Fu l’ennesimo tentativo di rallentare una macchina che faceva tremare i palazzi di potere. Nonostante i veleni e alcune astensioni, l’incarico fu approvato: Giordano divenne ufficialmente il Presidente della Prima Sezione della Corte d’Assise. Al suo fianco, come giudice a latere, accettò l’incarico un giovane e brillante magistrato: Pietro Grasso.

 

Il miracolo dei giudici popolari e l’ordinanza monumentale

 

Mentre si risolveva il nodo della presidenza, si aprì un altro fronte drammatico: la ricerca dei sei cittadini comuni che avrebbero dovuto comporre la giuria popolare. Il sorteggio si trasformò in un calvario, tra valanghe di certificati di esenzione per motivi di salute o fobie psichiche insorte improvvisamente. Alla fine, si formò un gruppo di cittadini coraggiosi (composto in gran parte da donne) disposti a sfidare le minacce di Cosa Nostra.

Pochi giorni dopo, il 10 novembre 1985, arrivò la svolta decisiva. Il giudice istruttore Antonino Caponnetto, capo del Pool Antimafia, firmò l’ordinanza-sentenza di rinvio a giudizio. Era un documento monumentale che recepiva le indagini di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: 40 volumi, oltre 8.000 pagine e la formale incriminazione di 475 imputati. Per la prima volta, lo Stato metteva nero su bianco l’intera struttura militare e verticistica di Cosa Nostra.

 

Una sfida che andava oltre la legge

 

Dietro questi passaggi formali c’era la consapevolezza che la posta in gioco fosse altissima. I crimini descritti in quelle migliaia di pagine non erano concetti astratti, ma parlavano di una spietata macchina di morte capace di eliminare i suoi nemici con precisione militare.

L’intera macchina giudiziaria dovette adattarsi a una nuova e opprimente realtà: le misure di sicurezza vennero militarizzate, le scorte potenziate e la paura divenne la compagna quotidiana di chiunque fosse coinvolto. Prima ancora che venisse ascoltato il primo testimone e che le gabbie dell’aula bunker si riempissero di boss e avvocati, il Maxiprocesso aveva già rivelato la sua vera natura: non era un semplice procedimento legale, ma lo scontro frontale e definitivo tra lo Stato e un sistema criminale che fino ad allora aveva dominato attraverso il terrore.

 

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