Il profilo di “Luchino”, il killer più temuto di Cosa Nostra: da esecutore materiale dei delitti più sanguinosi a capo dell’ala stragista che dichiarò guerra allo Stato italiano.
Leoluca Bagarella non è stato un semplice boss di Cosa Nostra, ma uno dei suoi esecutori più brutali, instancabili e feroci. Nato a Corleone nel 1942, crebbe in una famiglia già profondamente radicata nel contesto mafioso. Il suo destino si legò rapidamente all’ascesa dei Corleonesi, guidati prima da Luciano Liggio e poi da Totò Riina, che divenne anche suo cognato sposando la sorella Ninetta Bagarella.
Dopo l’uccisione di suo fratello Calogero durante la strage di Viale Lazio nel 1969, Bagarella scelse la via della latitanza. Invece di fare un passo indietro, scalò i vertici militari dell’organizzazione, diventando la firma di sangue dietro i delitti che segnarono l’inizio del grande scontro tra la mafia e lo Stato.
Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, Bagarella si impose come il killer più pericoloso e freddo della fazione corleonese. Fu lui a uccidere il colonnello dei Carabinieri Giuseppe Russo, a partecipare all’eliminazione del boss rivale Giuseppe Di Cristina e a rintracciare il giornalista del Giornale di Sicilia Mario Francese, colpevole di aver svelato per primo gli affari multimilionari dei Corleonesi nell’edilizia.
Nel luglio del 1979, Bagarella tese l’agguato mortale al capo della Squadra Mobile di Palermo, il vice questore Boris Giuliano, colpendolo alle spalle dentro un bar. Giuliano era uno degli investigatori più brillanti del dopoguerra, l’unico che stava seguendo i flussi di denaro sporco della droga. Arrestato nello stesso anno, Bagarella tornò in libertà nel 1990, riprendendo immediatamente il controllo del braccio armato di Cosa Nostra.
Il ritorno in libertà di Bagarella coincise con il picco del potere corleonese. Nel 1992 fu tra gli strateghi della guerra totale contro le istituzioni, partecipando attivamente alla fase esecutiva della strage di Capaci. Quell’attacco non fu solo un omicidio politico, ma un vero e proprio atto di terrorismo e una dichiarazione di guerra aperta alla Repubblica Italiana.
Dopo l’arresto di Totò Riina nel gennaio del 1993, Bagarella assunse la guida dell’ala militare più intransigente, imponendo la continuazione della strategia stragista. Sotto la sua direzione, la mafia decise di colpire per la prima volta fuori dai confini della Sicilia, organizzando gli attentati dinamitardi a Firenze (Strage di Via dei Georgofili), Milano (Strage di Via Palestro) e a Roma, colpendo le chiese di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano. La minaccia mafiosa era diventata un pericolo per l’intero patrimonio artistico e civile della nazione.
Tra i tantissimi crimini ordinati da Bagarella, uno in particolare mostrò al mondo la totale assenza di umanità della sua fazione: il rapimento del piccolo Giuseppe Di Matteo, un bambino di appena dodici anni. Tenuto prigioniero in condizioni disumane per ben 779 giorni, il bambino fu infine strangolato e sciolto nell’acido su ordine dello stesso Bagarella, nel tentativo disperato di far tacere il padre, che aveva iniziato a collaborare con la giustizia. Questo delitto sconvolse l’opinione pubblica e ruppe persino il vecchio codice d’onore millantato dalla mafia stessa.
In quel periodo, la ferocia di Bagarella creò una profonda spaccatura interna a Cosa Nostra. Mentre lui voleva continuare a mettere bombe e sterminare intere famiglie dei rivali (applicando la tattica della “terra bruciata”), Bernardo Provenzano spingeva per una strategia di sommersione, preferendo far tornare la mafia invisibile per proteggere gli affari economici.
La corsa del killer si fermò definitivamente il 24 giugno 1995, quando fu catturato a Palermo dalla Direzione Investigativa Antimafia. Da allora, Bagarella è recluso sotto il regime del carcere duro (41-bis), accumulando svariati ergastoli per omicidio, strage e associazione mafiosa. Anche dietro le sbarre, la sua indole violenta è emersa in diversi episodi di aggressione contro agenti penitenziari, confermando un tratto caratteriale che ha segnato tutta la sua esistenza.
Oggi Leoluca Bagarella viene ricordato come il volto più feroce del potere corleonese: un uomo che non si è limitato a dare ordini dalle retrovie, ma che ha impugnato personalmente le armi per imporre il controllo dell’organizzazione attraverso il terrore sistematico e l’annientamento totale del nemico.
Figure come Leoluca Bagarella dimostrano perché lo Stato abbia dovuto sviluppare leggi speciali e isolare i boss al massimo livello: di fronte a una violenza usata come pura strategia politica, la fermezza delle istituzioni è diventata l’unica vera barriera a difesa della democrazia.